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Se in famiglia qualcuno ha perso i denti per la parodontite, NON sei condannato a fare la stessa fine. La predisposizione genetica esiste, è documentata, ma da sola non basta a far ammalare nessuno. La buona notizia? Quando si conosce il proprio rischio, si può intervenire molto prima che la malattia faccia danni.

Una delle domande che riceviamo più spesso al Centro Salute Orale di Bologna è: “Mio padre ha perso i denti per la piorrea, anche io finirò così?”. Dietro a questa frase c’è quasi sempre un misto di paura e rassegnazione, come se la storia familiare fosse una condanna scritta. La verità scientifica è molto più sfumata e, in fondo, molto più rassicurante: la parodontite ha una componente genetica reale, ma il modo in cui si manifesta dipende in gran parte da fattori che possiamo controllare.

Se ti stai chiedendo se la parodontite è ereditaria, se i tuoi figli sono a rischio o se vale la pena fare qualcosa di diverso solo perché hai familiarità, questo articolo ti spiega esattamente cosa dice la ricerca, cosa puoi fare oggi e perché conoscere la propria predisposizione cambia completamente la prognosi.

In breve

  • La parodontite non è ereditaria in senso classico: si eredita una predisposizione (suscettibilità), non la malattia.
  • Studi sui gemelli stimano la componente genetica al ~50%; l’altro 50% dipende da fumo, igiene, diabete e stile di vita.
  • Avere un familiare con parodontite non è una condanna: con prevenzione mirata e controlli precoci si conservano i denti per tutta la vita.
  • Chi ha familiarità dovrebbe iniziare i controlli parodontali specialistici già a 20-25 anni, anche in assenza di sintomi.
  • Il test genetico (es. PST per i polimorfismi IL-1) è utile solo in casi selezionati, non come screening generalizzato.

Cosa significa “ereditaria” quando si parla di parodontite

La parodontite non è ereditaria in senso stretto: si eredita una predisposizione, non la malattia. Avere un genitore parodontale aumenta il rischio individuale, ma non lo determina.

Quando un paziente ci chiede se la parodontite è ereditaria, di solito ha in mente due scenari diversi che è importante distinguere subito.

Il primo è quello delle malattie genetiche classiche, come la fibrosi cistica o l’emofilia, in cui un singolo gene difettoso causa la malattia in modo deterministico. La parodontite non funziona così. Non esiste “il gene della parodontite” che, se ereditato, condanna la persona a perdere i denti.

Il secondo scenario è quello della predisposizione multifattoriale, lo stesso schema con cui si trasmettono il rischio di diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari o alcuni tumori. In questo modello la persona eredita una maggiore suscettibilità, cioè una risposta biologica che la rende più vulnerabile quando entra in contatto con i fattori scatenanti. La parodontite ricade pienamente in questa categoria. In termini pratici: se tuo padre ha avuto una parodontite grave, hai una probabilità più alta della media di sviluppare la malattia nel corso della vita. Ma quella probabilità si traduce in malattia reale solo se incontra un terreno favorevole, placca batterica non controllata, fumo, diabete, stress cronico, scarsa igiene. Senza quei trigger, la predisposizione resta silente.

Cosa dice davvero la ricerca scientifica sulla genetica della parodontite

La componente genetica pesa per circa il 50% del rischio individuale. I geni più studiati sono i polimorfismi dell’IL-1, che regola l’intensità della risposta infiammatoria contro i batteri della placca.

Questo non significa che metà della malattia sia “scritta nei geni”, ma che la predisposizione biologica ha un peso importante accanto ai fattori ambientali e comportamentali.

Negli ultimi trent’anni la ricerca in parodontologia ha prodotto un quadro abbastanza chiaro del peso reale della componente genetica.

Gli studi sui gemelli, il modello più solido per separare l’effetto della genetica da quello dell’ambiente, hanno stimato che la suscettibilità alla parodontite è ereditabile per circa il 50%. Significa, in modo molto semplificato, che metà del rischio individuale dipende da fattori genetici e l’altra metà da fattori ambientali e comportamentali. È un peso reale, ma non schiacciante: lascia ampio margine all’azione preventiva.

Sul fronte dei geni specifici, la ricerca ha identificato una serie di varianti polimorfiche associate a un rischio aumentato. I più studiati sono i polimorfismi del gene IL-1 (Interleuchina-1), una citochina pro-infiammatoria che regola la risposta immunitaria contro i batteri parodontopatogeni. Le persone portatrici di certe varianti dell’IL-1 producono una risposta infiammatoria più intensa: il sistema immunitario reagisce in modo eccessivo ai batteri della placca, e il tessuto che paga il prezzo di questa reazione esagerata è il parodonto.

Altri geni implicati riguardano la regolazione del recettore Fc-gamma, alcuni recettori toll-like (TLR), la vitamina D e alcuni componenti del complemento. Nessuno di questi, da solo, “causa” la parodontite, concorrono insieme a determinare un profilo di rischio individuale.

Esistono poi forme di parodontite con forte aggregazione familiare, in particolare la cosiddetta parodontite aggressiva (oggi classificata come parodontite stadio III-IV grado C ad esordio precoce). In queste famiglie la malattia compare in più membri, spesso in giovane età, con una progressione più rapida rispetto alle forme comuni. Sono i casi in cui la componente genetica è più evidente, e in cui l’attenzione preventiva deve scattare molto presto, già dall’adolescenza.

Genetica + ambiente: perché conta più come vivi che come sei nato

Genetica e fattori di rischio della parodontite

La genetica predispone, ma non basta da sola a causare la parodontite. Servono fattori scatenanti, placca batterica, fumo, diabete, perché la malattia si sviluppi davvero.

Il punto più importante da capire è che la genetica, in parodontologia, non è destino. È una variabile su cui si innestano tutte le altre.

Pensa al rischio di malattia coronarica: chi ha avuto un padre infartuato a 50 anni ha una predisposizione documentata, ma se non fuma, mantiene il colesterolo sotto controllo, fa attività fisica e tiene bassa la pressione, può vivere a lungo senza problemi cardiaci. Lo stesso schema vale per la parodontite.

Una persona con polimorfismi sfavorevoli dell’IL-1 ma con igiene impeccabile, niente fumo, controlli regolari e niente diabete può non sviluppare mai una parodontite, oppure svilupparne una forma molto lieve gestibile per decenni. Una persona con genetica completamente neutra ma fumatrice, con scarsa igiene e diabete scompensato può perdere denti già a quarant’anni.

I dati clinici lo confermano in modo netto: i due fattori che modificano di più il rischio reale di sviluppare e progredire una parodontite sono il fumo e il controllo della placca batterica. Entrambi modificabili. La genetica resta sullo sfondo come fattore di vulnerabilità, ma è la combinazione con i fattori ambientali a determinare quello che il paziente vede in bocca.

Per questo motivo il messaggio per chi ha familiarità non deve mai essere “stai attento, avrai la parodontite”, ma piuttosto: “sai di avere un margine di errore più stretto della media, sfrutta questa informazione per agire prima e meglio”.

Tabella del rischio: quanto pesa davvero ogni fattore

Fattore di rischioPeso sul rischio totaleModificabile?Cosa fare
Fumo (attivo)Molto altoSmettere, è il singolo intervento più efficace
Placca batterica / igiene insufficienteMolto altoIgiene professionale + scovolini interdentali
Diabete scompensatoAltoOttimizzazione del controllo glicemico secondo indicazione del medico curante
Predisposizione genetica (IL-1, ecc.)Medio-altoNoMantenimento ravvicinato + monitoraggio
Familiarità diretta (genitore/fratello)Medio-altoNoScreening precoce dai 20-25 anni
Stress cronicoMedioParzialmenteGestione + igiene rigorosa nei periodi critici
Età (over 50)MedioNoMantenimento intensivo
Carenze nutrizionali (vit. C, D)Basso-medioDieta equilibrata, eventuale integrazione
Alcuni farmaci (calcio-antagonisti, ciclosporina)Basso-medioTalvoltaValutazione con il medico curante

FATTORI DI RISCHIO — IN UN COLPO D’OCCHIO

  • Modificabili (su cui puoi agire subito): fumo, igiene orale, controllo glicemico, stress, alimentazione.
  • Non modificabili (ma compensabili): predisposizione genetica, familiarità, età, sesso, alcune malattie sistemiche.
  • Regola d’oro: il rischio reale nasce sempre dalla combinazione di più fattori. Eliminarne uno solo (es. smettere di fumare) può ridurre drasticamente la probabilità di sviluppare la malattia, anche in chi ha forte predisposizione genetica.

I test genetici per la parodontite: a chi servono davvero

Il test genetico (es. PST per i polimorfismi IL-1) è utile in casi selezionati, forte familiarità, parodontite aggressiva, riabilitazioni complesse, non come screening generalizzato per chi non ha sintomi né familiarità.

Negli ultimi anni sono diventati disponibili in commercio anche in Italia alcuni test genetici specifici per la parodontite, in particolare il cosiddetto PST (Periodontal Susceptibility Test), che valuta i polimorfismi del gene IL-1. Si tratta di un test su tampone orale o saliva, non invasivo, che restituisce un risultato di rischio genetico aumentato o nella norma.

La domanda che riceviamo è sempre la stessa: vale la pena farlo? La risposta onesta, allo stato attuale dell’evidenza, è dipende dal contesto clinico.

Ha senso considerare un test genetico in alcune situazioni specifiche: quando c’è forte familiarità per parodontite aggressiva o perdita precoce di denti; quando un paziente giovane mostra una progressione anomala della malattia rispetto al livello di placca; quando si vuole stratificare il rischio in un paziente borderline per decidere la frequenza di mantenimento; quando si pianificano grandi riabilitazioni implantoprotesiche e si vuole sapere se il paziente è ad alto rischio di perimplantite.

Ha meno senso, invece, fare il test “per curiosità” in una persona senza segni clinici, senza familiarità e senza fattori di rischio: il risultato non cambierà la gestione clinica. Anche se il test rivelasse una predisposizione, le raccomandazioni, non fumare, igiene scrupolosa, controlli regolari, sarebbero esattamente le stesse che diamo a chiunque altro. È importante anche sapere che il test non sostituisce la diagnosi clinica. Un PST positivo non significa avere la parodontite; un PST negativo non significa essere immuni. Il sondaggio parodontale, le radiografie e l’esame clinico restano il cuore della diagnosi. Il test genetico, quando indicato, serve a personalizzare la prevenzione e l’intensità del mantenimento, non a sostituire l’osservazione del clinico.

I segnali di rischio quando in famiglia c’è parodontite

Primi sintomi della parodontite ereditaria.

I primi campanelli sono sanguinamento gengivale ricorrente, alito persistente, recessioni precoci e mobilità leggera dei denti. In presenza di familiarità diretta, anche un solo segnale richiede una visita parodontale specialistica.

Se hai un genitore o un fratello con parodontite documentata, ci sono alcuni elementi a cui prestare attenzione precoce, anche in assenza di sintomi evidenti.

Il primo è il sanguinamento gengivale ricorrente durante lo spazzolamento o l’uso del filo. Nelle persone a rischio elevato, il sanguinamento può comparire in giovane età ed è il primo segnale che il sistema gengivale sta reagendo in modo eccessivo alla placca. Non va liquidato come “spazzolino troppo duro”: va valutato.

Il secondo è la comparsa di alito persistente, anche con buona igiene, che spesso indica la presenza di batteri sottogengivali in attività infiammatoria.

Il terzo è la recessione gengivale precoce, soprattutto in zone dove l’igiene è normalmente buona, un segnale che l’osso sottostante potrebbe essersi già ridotto.

Più sottile ma molto importante è la mobilità leggera dei denti percepita masticando alimenti consistenti, o lo spostamento progressivo di un incisivo che “si apre a ventaglio” rispetto agli altri. In presenza di familiarità nota, questi segnali, anche uno solo, devono portare a una visita parodontale specialistica con sondaggio e radiografie, non a una semplice pulizia. La diagnosi precoce in un paziente predisposto fa la differenza tra una vita di denti propri e una di riabilitazioni.

Cosa fare se hai familiarità per parodontite: il piano in 5 punti

Visita parodontale specialistica precoce (20-25 anni), controlli ogni 6 mesi, igiene domiciliare con scovolini, eliminazione del fumo e stesso schema preventivo per i figli a partire dall’adolescenza.

La buona notizia è che, una volta che si conosce la propria predisposizione, esiste un percorso preventivo molto efficace e relativamente semplice.

Primo: anticipare la prima visita parodontale specialistica. Chi ha familiarità diretta non dovrebbe aspettare di avere sintomi. Una valutazione completa con sondaggio già intorno ai 20-25 anni stabilisce un punto di partenza oggettivo e permette di intercettare alterazioni iniziali invisibili a occhio nudo.

Secondo: stabilire una frequenza di controlli più ravvicinata della media. Mentre per la popolazione generale il controllo annuale può essere sufficiente, per chi ha familiarità è consigliabile un check-up parodontale ogni 6 mesi, con eventuale strumentazione professionale calibrata sul rischio individuale.

Terzo: ottimizzare l’igiene domiciliare con strumenti dedicati. Spazzolino elettrico, scovolini interdentali (non solo filo), eventualmente collutori specifici nei periodi a rischio. La tecnica conta più del prodotto: una verifica pratica in studio con il professionista è più utile di qualunque consiglio generico.

Quarto: eliminare i fattori di rischio modificabili. Il fumo è il più importante: in un paziente predisposto geneticamente, la nicotina amplifica drammaticamente il rischio di sviluppare e progredire la malattia. Anche il controllo glicemico (per chi ha diabete o pre-diabete), la gestione dello stress e una buona alimentazione contano.

Quinto: trasmettere lo stesso schema ai figli. I figli di pazienti parodontali presentano statisticamente un rischio aumentato rispetto alla popolazione generale e andrebbero introdotti precocemente, già intorno ai 12-14 anni, a controlli specialistici, non solo dal dentista pediatrico ma anche da chi conosce la parodontologia.

QUANDO FARE I CONTROLLI PARODONTALI — GUIDA RAPIDA

  • Senza familiarità, senza sintomi: prima visita parodontale a 30-35 anni, poi ogni 12 mesi.
  • Con familiarità diretta (genitore o fratello): prima visita a 20-25 anni, mantenimento ogni 6 mesi.
  • Con familiarità + fattori di rischio (fumo, diabete): visita immediata a qualunque età, mantenimento ogni 3-4 mesi.
  • Figli di pazienti parodontali: prima valutazione specialistica già a 12-14 anni, anche senza sintomi.
  • Sintomi presenti (sanguinamento ricorrente, alito persistente, mobilità): visita parodontale entro 30 giorni, indipendentemente dall’età e dalla familiarità.

L’esperienza di Giulia: “Mio padre ha perso i denti a 55 anni. Volevo capire cosa rischiavo davvero”

L’esperienza che segue è reale. Il nome è stato modificato per rispettare la privacy della paziente.

Giulia, 31 anni, si è presentata al Centro Salute Orale di Bologna nel febbraio 2026 con una richiesta molto chiara: voleva sapere se aveva o stava sviluppando una parodontite. Suo padre, 62 anni, aveva perso quasi tutti i denti dell’arcata inferiore tra i 50 e i 55 anni a causa di una “piorrea”, come la chiamava lui, diagnosticata troppo tardi.

“Non ho sintomi evidenti,” ci ha raccontato durante la prima visita. “Le gengive a volte sanguinano quando uso il filo, ma pensavo fosse normale. Mi lavo i denti tre volte al giorno, non fumo, ho una vita abbastanza regolare. Ma vedere mio padre senza denti propri mi ha fatto pensare che forse devo essere più attenta della media.”

L’esame clinico ha confermato che a livello visibile non c’era nulla di drammatico: gengive di colore normale, niente recessioni evidenti, denti tutti presenti e ben allineati. Il sondaggio parodontale completo, però, ha rivelato in alcune zone, soprattutto tra i molari, tasche di 4 millimetri con sanguinamento al sondaggio, un quadro compatibile con una parodontite iniziale (stadio I) in fase precoce. Le radiografie endorali hanno mostrato in due settori una lieve riduzione iniziale dell’osso interprossimale, non visibile ad occhio nudo ma misurabile.

Considerata la storia familiare, abbiamo deciso insieme di eseguire anche un test genetico per i polimorfismi dell’IL-1, che è risultato positivo per una variante associata a maggiore suscettibilità infiammatoria.

A questo punto il quadro era chiaro: Giulia aveva oggettivamente una predisposizione genetica, una parodontite incipiente che senza intervento sarebbe progredita negli anni, ma anche tutti gli elementi favorevoli per bloccarla adesso, prima che facesse danni veri. Il piano è stato semplice: due sedute di igiene professionale approfondita con strumentazione sottogengivale mirata sui siti coinvolti, revisione completa della tecnica di igiene domiciliare con introduzione di scovolini interdentali calibrati, e impostazione di un mantenimento parodontale ogni 4 mesi invece dei 6 standard.

A un anno di distanza, le tasche residue sono tutte tornate a 3 millimetri o meno, il sanguinamento è scomparso e non c’è stata ulteriore perdita ossea. “La cosa che mi ha colpito di più,” ci ha detto all’ultimo controllo, “è che fino a un anno fa ero convinta di essere sana. Se non avessi fatto quella visita, sarei arrivata tra dieci anni con esattamente lo stesso problema di mio padre.”

Come lavoriamo al Centro Salute Orale di Bologna con i pazienti a rischio familiare

Il percorso di valutazione e prevenzione per chi ha familiarità con la parodontite al Centro Salute Orale è strutturato per identificare il rischio reale, intercettare precocemente eventuali segni iniziali e costruire un piano personalizzato che tenga la malattia spenta nel tempo:

  • Visita parodontale specialistica completa con anamnesi familiare dettagliata e analisi dei fattori di rischio individuali
  • Sondaggio parodontale di tutti gli elementi e periodontogramma di riferimento
  • Radiografie endorali o panoramica per quantificare oggettivamente lo stato osseo di partenza
  • Quando indicato, test genetico per i polimorfismi associati a maggiore suscettibilità
  • Protocollo di igiene professionale calibrato sul rischio del paziente, non standardizzato
  • Educazione e revisione pratica della tecnica di igiene domiciliare con strumenti specifici (scovolini calibrati, spazzolino elettrico)
  • Supporto alla cessazione del fumo e coordinamento con il medico di base per condizioni sistemiche correlate
  • Programma di mantenimento parodontale a frequenza personalizzata (3, 4 o 6 mesi)
  • Estensione del percorso preventivo ai figli e ai familiari diretti che desiderano valutare il proprio rischio

L’obiettivo, quando un paziente arriva con familiarità nota, non è curare una malattia che spesso non c’è ancora, è evitare che si presenti, o intercettarla nei primissimi stadi, quando con un intervento minimo si ottengono risultati duraturi.

Domande frequenti sulla parodontite ereditaria

La parodontite si trasmette dai genitori ai figli?

Non si trasmette come una malattia genetica classica, ma si trasmette una predisposizione. I figli di un genitore con parodontite hanno un rischio statisticamente più alto della media di sviluppare la malattia, ma non è una certezza: con prevenzione mirata e gestione dei fattori di rischio molti restano sani per tutta la vita.

Se mio padre o mia madre hanno la parodontite, è sicuro che la avrò anche io?

No. La familiarità aumenta il rischio, ma non determina la malattia. Studi sui gemelli stimano che la componente ereditaria pesi circa per il 50%. L’altro 50% dipende da fattori ambientali e comportamentali, fumo, igiene, diabete, stress, su cui si può intervenire.

A che età devo iniziare a fare controlli se in famiglia c’è parodontite?

Per chi ha familiarità diretta, una prima valutazione parodontale specialistica è consigliabile già intorno ai 20-25 anni, anche in assenza di sintomi. Per i figli di pazienti parodontali, l’attenzione preventiva può iniziare già intorno ai 12-14 anni con controlli mirati.

Il test genetico per la parodontite è utile? Devo farlo?

Può essere utile in casi selezionati: forte familiarità per forme aggressive, progressione anomala della malattia in giovane età, pianificazione di grandi riabilitazioni implantoprotesiche. Non è invece raccomandato come screening generalizzato in chi non ha sintomi né familiarità: il risultato non cambierebbe le raccomandazioni cliniche.

Cosa sono i polimorfismi dell’IL-1 e perché contano?

L’Interleuchina-1 è una molecola che regola la risposta infiammatoria contro i batteri della placca. Alcune varianti genetiche dell’IL-1 portano a una risposta infiammatoria più intensa, con maggiore distruzione del tessuto parodontale a parità di placca presente. Sono uno dei marcatori genetici più studiati in parodontologia.

Esiste una parodontite “aggressiva” che colpisce le famiglie?

Sì, la cosiddetta parodontite aggressiva (oggi classificata come parodontite stadio III-IV grado C ad esordio precoce) tende ad aggregarsi nelle famiglie e a manifestarsi in giovane età, spesso prima dei 30 anni. In queste situazioni la componente genetica è particolarmente evidente e la diagnosi precoce è essenziale.

Se ho familiarità, devo lavarmi i denti più spesso degli altri?

Più che la frequenza, conta la qualità: spazzolare tre volte al giorno male non equivale a spazzolare due volte al giorno bene. Per chi ha familiarità è importante usare strumenti specifici (scovolini interdentali calibrati, eventualmente spazzolino elettrico) e farsi verificare periodicamente la tecnica dal professionista.

Posso trasmettere la parodontite a mio figlio attraverso la saliva?

I batteri parodontopatogeni possono effettivamente passare da una persona all’altra attraverso la saliva (per esempio condividendo posate, succhiando il ciuccio del bambino), ma da soli non causano la malattia: serve anche la suscettibilità individuale. Detto questo, è una buona pratica evitare la condivisione di saliva con i bambini molto piccoli per non colonizzarli precocemente.

Se ho la parodontite, posso fare qualcosa per i miei figli?

Sì, ed è una delle cose più importanti che puoi fare. Informa il loro dentista della tua diagnosi, programma per loro controlli parodontali precoci (già nell’adolescenza), educali a una igiene rigorosa fin da piccoli e, se fumi o fumano in casa, affronta seriamente la cessazione: il fumo passivo è anch’esso un fattore di rischio.

Riferimenti scientifici essenziali

I contenuti di questo articolo sono basati sull’evidenza scientifica internazionale in parodontologia. Tra le fonti principali:

  • Michalowicz et al., 2000 — studio fondamentale sui gemelli che ha quantificato la componente genetica della parodontite intorno al 50%.
  • Kornman et al., 1997 — primo lavoro che ha identificato i polimorfismi del gene IL-1 come fattore di suscettibilità alla parodontite.
  • Loos & Van Dyke, 2020 — review sulla genetica delle malattie parodontali e sulle implicazioni cliniche.
  • Nibali et al., 2019 — review sulla parodontite ad esordio precoce e aggregazione familiare.
  • Tonetti, Greenwell & Kornman, 2018 — Classificazione mondiale delle malattie parodontali (World Workshop EFP/AAP).
  • Linee guida EFP (European Federation of Periodontology), 2020 — raccomandazioni cliniche per il trattamento della parodontite stadio I-III.
  • Eke et al., 2020 — dati epidemiologici aggiornati sulla prevalenza della parodontite e sui fattori di rischio nella popolazione adulta.

Conclusione: la familiarità è un’informazione, non una sentenza

Prevenzione della parodontite con controlli regolari

Sapere di avere familiarità per parodontite è, in realtà, un vantaggio. Significa avere a disposizione, gratuitamente, un’informazione potente sul proprio profilo di rischio molti anni prima che la malattia possa manifestarsi. Un’informazione che permette di anticipare i tempi della prevenzione, intensificare i controlli e, quando serve, intervenire con un trattamento minimo molto prima che diventi necessaria una grossa riabilitazione.

I pazienti che hanno paura della loro storia familiare e si fanno guidare da quella paura per agire presto sono, paradossalmente, quelli che alla loro età avranno meno problemi di chi è “geneticamente fortunato” ma trascura tutto.

Se in famiglia c’è chi ha avuto la parodontite e vuoi sapere a che punto sei tu, oppure se hai dubbi sulla salute delle tue gengive e vuoi una valutazione fatta da un parodontologo, non aspettare di vedere comparire i sintomi. Il momento giusto per intervenire è prima che il danno diventi visibile.

Al Centro Salute Orale di Bologna valutiamo lo stato attuale del tuo parodonto, ricostruiamo il tuo profilo di rischio individuale e costruiamo insieme un piano di prevenzione e mantenimento realistico, adatto alla tua età, alla tua storia familiare e alla tua vita di tutti i giorni.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative e non sostituiscono una visita odontoiatrica specialistica.

Hai familiarità per parodontite o sospetti di avere segni iniziali della malattia? Prenota una visita parodontale specialistica.

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